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RIVELAZIONE SHOCK | Parla il testimone di giustizia Francesco Paolo: "E' impossibile che l’On. Landolfi abbia parlato di me con il Dott. Cantone"

19 / 07 / 2018

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Redazione

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A pochi giorni dalle recendi affermazioni rilasciate al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere dal presidente dell’Anac Raffaele Cantone, sentito come testimone al processo che vede imputato l’ex ministro delle Telecomunicazioni ed ex deputato di An e Pdl Mario Landolfi, accusato di corruzione e truffa con l’aggravante mafiosa, interviene l' imprenditore testimone di giustizia per smentire in parte il racconto del presidente dell’ ANAC. Lui è Francesco Paolo, titolare di un’azienda agricola a Mondragone, che nel 2001 denunciò Michele Pereschino, esponente del clan La Torre, che gli aveva presentato una richiesta di estorsione. Ma Paolo smentisce che lui abbia chiesto aiuto a Landolfi prima di denunciare l’estorsore. E lo fa in una lettera:

"Egregio Direttore, sono il Testimone di Giustizia Francesco Paolo e mi rivolgo a Lei in merito ad alcune dichiarazioni attribuite dai media al Dott. Cantone nell’ambito del processo Landolfi, e che le riporto da internet: “Mario Landolfi mi contattò per parlarmi del tentativo di estorsione subito da un imprenditore ad opera di un uomo dei La Torre, su mio consiglio l’imprenditore denunciò il suo estorsore ai carabinieri, che lo arrestarono.

E ancora “Landolfi mi mise in contatto con l’imprenditore che poi lasciò Mondragone e fu inserito nel programma di protezione.” Naturalmente non si fa il mio nome ma nel caso, affatto remoto, in cui si stia parlando di me, per amore di verità e poiché queste parole hanno riaperto una profonda ferita in me e nei miei cari, tengo fortemente a precisare che quanto sopra non è esatto. La mia denuncia scaturì solo e soltanto dalla mia autonoma decisione e dal mio senso di giustizia, senza alcun contatto o incoraggiamento esterno alla mia famiglia.

Nel 2001 mi sono recato alla stazione dei Carabinieri di Mondragone, e ho sporto denuncia per tentativo di estorsione; iniziò cosi la mia collaborazione con le forze dell’ordine, che portò all’arresto di Michele Persechino nel mio caseificio. L’arresto, non fu eseguito sotto il coordinamento del Dott. Cantone, ma dal Dott. Luigi Landolfi P.M. a Santa Maria Capua Vetere.

Solo dopo il suddetto arresto subentrò nella questione la DDA sotto la direzione del Dott. Cantone. Quindi è impossibile che l’On. Landolfi abbia parlato di me con il Dott. Cantone prima della mia denuncia. Ringrazio ancora il Dott. Cantone per il suo personale incoraggiamento che seguì, non determinò il mio gesto, insieme a quanti provarono ad aiutare me ed i miei cari nel corso del devastante cambiamento di vita che la mia scelta causò.

Mi sono in altre occasioni espresso riguardo all’abbandono che ho subito da parte delle Istituzioni ed alle carenze del Programma di Protezione. Le allego al riguardo un articolo che l’On. Sonia Alfano volle dedicare alla mia persona. Lo Stato Italiano che sempre servirò con i più alti ideali di cittadino si è spesso dimenticato di questo suo figlio. Credo di meritare almeno due cose: che sia resa pubblica la verità dei fatti che mi riguardano e che si rispetti la poca pace che io e la mia famiglia abbiamo dolorosamente ricostruito.

 

LE DICHIARAZIONI DI CANTONE - Il presidente dell’Anac, citato dalla difesa di Landolfi, riferisce di circostanze relative al periodo – dal 1999 al 2007 – in cui era pm della Dda di Napoli e si occupava dei clan casertani, dai Casalesi ai La Torre di Mondragone, quest’ultimo “clan molto ‘attenzionato’” dice il presidente dell’ Anticorruzione. L’ex pm dice di aver incontrato piu’ volte Landolfi, originario di Mondragone, nel periodo in cui si occupava di La Torre, di averlo anche sentito in relazione sempre alla situazione della cittadina casertana, e racconta l’episodio che porto’ all’arresto nel 2002 di Michele Persechino, camorrista che per conto di La Torre raccoglieva sul territorio le estorsioni fatte agli imprenditori. Cantone conferma, su domanda di Michele Sarno, difensore dell’imputato, che “fu Landolfi a segnalarmi la vicenda del titolare di un caseificio di Mondragone cui Persechino aveva chiesto la tangente. Consigliai di denunciare tutto indicando i carabinieri cui l’imprenditore doveva rivolgersi; questi lo fece e dopo arrestammo l’estorsore, che e’ stato anche condannato. Inizio’ cosi’ il declino del clan La Torre, anche perche’ Persechino si penti’“. “Landolfi contribui’ a smantellare il clan La Torre?” chiede Sarno. “Ci mise in contatto con l’imprenditore, che poi lascio’ Mondragone e fu inserito nel programma di protezione” risponde l’ex pm. Cantone ripercorre anche le tappe della collaborazione di La Torre (2003), che definisce “sui generis“. “Nei 180 giorni in cui inizio’ a collaborare – riferisce il presidente Anac – scoprimmo che aveva fatto un’estorsione e chiedemmo la revoca del programma. La Torre ha poi spiegato il presunto astio della Dda nei suoi confronti con la circostanza che non aveva mai fatto il nome di Mario Landolfi“. All’udienza odierna hanno testimoniato anche gli ex sindaci di Falciano del Massico e Cellole, che hanno affermato di non aver mai ricevuto richieste di favori, assunzioni o appalti da Landolfi, mentre l’attuale presidente della Provincia nonche’ sindaco di Pignataro Maggiore Giorgio Magliocca, ex An come Landolfi, in passato arrestato per camorra e poi completamente assolto, spiega che “Landolfi presento’ l’interrogazione parlamentare che nel 2000 porto’ allo scioglimento per infiltrazioni del comune di Pignataro Maggiore, nel periodo in cui era amministrato dall’architetto Giuseppe Palumbo, uomo di Lorenzo Diana“.

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