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CAMORRA & AFFARI | I Diana accusati da 7 pentiti: cambio assegni del clan grazie a banchieri casertani. Sequestrate 17 aziende

16 / 01 / 2019

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Redazione

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È labile il confine tra l'essere costretti a pagare il pizzo e l'essere considerati soci della camorra. Lo sanno bene, da ieri, i gemelli Nicola e Antonio Diana che, con lo zio Armando, sono finiti agli arresti domiciliari a Caserta con l'accusa di concorso esterno con il clan dei Casalesi.

cd accusare gli imprenditori sono sette pentiti del clan dei Casalesi: Massimiliano Caterino, Orlando Lucariello, Attilio Pellegrino, Antonio Iovine, Giuseppe Misso e Riccardo Di Grazia, a cui si è aggiunto anche l’ultimo collaboratore di giustizia Nicola Schiavone, figlio di Francesco Schiavone Sandokan.“
Loro che, secondo il capo dei capi Michele Zagaria, «hanno già pagato un prezzo molto alto con l'omicidio del padre, Mario Diana», assassinato nel 1985 a Casapesenna, sono diventati simbolo dell'anticamorra e hanno messo su un impero.

Diciassette aziende, da ieri tutte sotto sequestro. Un colpo di spugna clamoroso quello deciso dal gip Maria Luisa Miranda che, su richiesta dei pm Alessandro D'Alessio e Maurizio Giordano, ha ribaltato lo status sociale dei Diana.

Da vittime a soci del clan. Le dichiarazioni, tra il 2014 e il 2017, hanno reso i pentiti, di vecchio e nuovo corso,dinanzi al pool Dda del procuratore aggiunto Luigi Frunzio hanno svelato  alcuni concordi: che i Diana sono cresciuti sotto l'ala protettrice di Zagaria, prima di Vincenzo e poi di Michele. Sono concordi nel dire che, per conto dei boss, cambiavano assegni. Che, ancora, grazie ai «buoni uffici» di Armando Diana presso banchieri di Napoli e Caserta, quei titoli venivano cambiati in soldi senza troppe domande. E, come se onon bastasse, i Diana vincevano aste giudiziarie, anche a Bologna, sbaragliando la concorrenza con la forza intimidatrice del clan.

 

antonio diana camorra SEQUESTRO
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