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ISIS & CLAN | Pentito dei casalesi rivela: "Rifiutammo di dare armi ai terroristi"

26 / 09 / 2018

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Redazione

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«Sono isissiano finché avrò vita e se morirò vi esorto a farne parte»: così, il 26 gennaio del 2015, scriveva sulla sua bacheca Facebook Mohamed Kamel Edine Khemiri, il tunisino condannato lo scorso giugno a otto anni di reclusione per terrorismo di matrice islamica.

Dalle motivazioni della sentenza, depositate nei giorni scorsi, emergono particolari preoccupanti: Khemiri, 43 anni, ex venditore ambulante di frutta che si è radicalizzato negli ultimi anni ed è stato smascherato grazie a un virus installato dai carabinieri sul suo BlackBerry, era pronto a compiere un attentato suicida. Aveva chiesto al clan dei casalesi di acquistare cinque fucili mitragliatori di marca Kalashnikov, con tanto di munizioni. Ma quando ne compresero le intenzioni, anche i boss casalesi, che pure in questi anni hanno dimostrato di essere sanguinari e spietati, decisero di non accontentarlo.

La sentenza di condanna nei confronti di  Khemiri, emessa dalla III sezione delle Corte d’Assise (presidente Roberto Vescia, giudice estensore Giuseppe Sassone) è la prima a Napoli per terrorismo in favore dell’Isis (Islamic state of Iraq and Syria). Una sentenza che potrebbe costituire un precedente: eppure, proprio perché non ci sono altri casi analoghi, non era scontato che l’esito fosse questo.

Quando la Procura chiese al gip di Napoli l’arresto per terrorismo, infatti, si vide respingere la richiesta. Si riuscì a metterlo in cella grazie al gip di Santa Maria Capua Vetere, che emise un’ordinanza di custodia cautelare per associazione a delinquere finalizzata alla contraffazione di documenti (reato per il quale il tunisino, che abitava in un appartamento sopra alla moschea di San Marcellino, nel Casertano, è stato condannato in primo e in secondo grado).

È stato nel corso del dibattimento che il pm Maurizio De Marco, del pool antiterrorismo coordinato dall’aggiunto Rosa Volpe, a convincere i giudici togati e popolari della validità delle prove. E i giudici, si legge nella sentenza, ritengono che Khemiri fosse ormai «pronto all’azione». Altro che reato di opinione: «Appare evidente che Khemiri non si è limitato a condividere sui social contenuti in cui ha espresso la sua opinione su una vicenda storico-politica di rilievo internazionale. Le sue affermazioni sono di chiara impronta estremista, esaltano i metodi sanguinari, inneggiano al martirio e celebrano le conquiste del Califfato». Ecco, per esempio, che cosa scriveva il tunisino su Twitter il 17 marzo del 2015: «O lettore dei miei scritti, non piangere per la mia morte; oggi sono con te e domani sotto terra. Se vivo sarò con te, se muoio avrai il ricordo. O passante sulla mia tomba, non meravigliarti del mio stato. Ieri ero con te, domani sarai tu con me».

Ma c’è anche un altro elemento che, secondo i giudici, fa pensare che Khemiri fosse pronto a un gesto eclatante ed estremo nel carcere in cui era detenuto: una lettera inviata a mano all’imam di San Marcellino in cui prima afferma di essere sicuro di lasciare presto la prigione, poi si congeda dandogli appuntamento «al Nilo del Paradiso, cioè l’oltretomba in cui i musulmani aspettano il giorno del giudizio universale». Particolarmente interessante il racconto di Salvatore Orabona, ex affiliato al clan dei casalesi e oggi collaboratore di giustizia. Il suo ruolo era quello di estorcere denaro, riciclare auto, trattare la compravendita di armi e droga.

Al processo, Orabona ha raccontato di un incontro in un bar di San Marcellino con Khemiri e altri due stranieri da tempo residenti in Italia. Gli altri due gli chiesero di procurare loro una Mercedes. Khemiri, invece, gli chiese anche armi e munizioni. «Nel parlare, quando abbiamo finito di parlare delle auto — ha testimoniato il collaboratore — mi hanno chiesto anche delle armi di tipo Kalashnikov. E io lì mi sono rifiutato, diciamo, di questa proposta delle armi, e gli ho detto: io vi posso dare solo le auto; le armi non gliele ho volute dare a queste persone». Chiosano i giudici: «Il teste, nonostante dichiarasse che dalla vendita delle armi fosse possibile ricavare anche 15.000 euro per dieci pezzi, si rifiutava di venderle pensando agli eventuali scopi illeciti per cui potessero essere utilizzate da soggetti di nazionalità algerina o tunisina».

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