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CAMORRA & AFFARI | Racket dei manifesti elettorali: 9 condanne. I NOMI E LE PENE

27 / 11 / 2019

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Redazione

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Racket dei manifesti elettorali: 9 condanne

Nove condanne in abbreviato per l'inchiesta sull'affissione elettorale targata Belforte.

Il giudice Marro del tribunale di Napoli ha inflitto:

  1. 9 anni e 4 mesi per Giovanni Capone, considerato il referente dei Mazzacane sul Capoluogo;
  2. 5 anni ad Antimo Italiano; 8 anni per Vincenzo Rea;
  3. 7 anni e 4 mesi per Antonio Merola;
  4. 7 anni e 6 mesi per Mario De Luca;
  5. 6 anni per Modestino Santoro;
  6. 3 anni a testa per Clemente Vergone e Ferruccio Coppola;
  7. 1 anno per Virginia Scalino, a cui è stata concessa la sospensione della pena.
  8.  Giovanni Gualtieri, con la pena concordata di 3 anni e 6 mesi ha optato per il patteggiamento.

Pene sensibilmente inferiori rispetto a quelle richieste dalla Dda nel corso della sua requisitoria con l'Antimafia che aveva chiesto complessivamente oltre un secolo di cella per i 9 imputati (sono state comminate condanne per circa la metà). Hanno retto, sia pure parzialmente, le tesi del collegio difensivo in cui sono stati impegnati gli avvocati Nello Sgambato, Gaetano Laiso, Franco Liguori, Michele Di Fraia, Alfonso Iovino ed Alessandro Diana.

Secondo l'accusa Giovanni Capone, all’epoca detenuto, utilizzando dei “pizzini” aveva dato precise disposizioni al fratello Agostino affinché si occupasse dell’affissione dei manifesti elettorali nella città di Caserta per le regionali del 2015. Quest’ultimo, avvalendosi della collaborazione materiale di Vincenzo Rea, Antimo Italiano, Antonio Merola e Antonio Zarrillo, avrebbe imposto ai candidati di fare riferimento alla società di servizi “Clean Service”, intestata alla moglie di Agostino Capone, Maria Grazia Semonella.

L'imposizione avveniva sia con intimidazioni esplicite, come captato nel corso delle intercettazioni, sia attraverso minacce rivolte ai singoli soggetti sorpresi ad affiggere i manifesti a tarda notte, sia coprendo i manifesti affissi senza ricorrere alla loro società, facendo poi arrivare il messaggio che tale inconveniente non si sarebbe verificato se si fossero rivolti alla loro ditta. Nel corso delle indagini sono state captate anche conversazioni che hanno permesso di ricostruire un giro di sostanze stupefacenti nel Capoluogo. 



 

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