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Cantami o musa. La figura femminile nel "pensiero visivo" di Gorirossi

15 / 06 / 2012

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Giuseppe Perrotta

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Noi Reporter -Francesca Gentile Per i poeti greci, da Omero fino ad arrivare alla tarda età, le muse furono divinità degne d’alta adorazione.L’arte figurativa le ha spesso rappresentate con intuizioni sempre nuove e profondamente simboliche.La collezione dedicata alla mitologia greca, nasce come proseguimento della ricerca artistica di Gorirossi:la creazione della Decima Fata, essenza di tutte le qualità femminili, si traspone in queste nuove tele. Ogni musa rappresenta l’ideale supremo di ogni tipologia d’Arte, e qui, Gorirossi, da una parte inserisce elementi che si rifanno alla tradizione iconografica, dall’altra né da una lettura innovativa, esprimendo attraverso ognuna di esse un’emozione, un concetto. Le muse, risultano essere una perfetta incarnazione di un mondo immaginifico, appartenenti ad un tempo passato; con la loro luce, esse riescono ad elevare ed illuminare lo spirito diventando delle guide nel mondo contemporaneo. Dalle Fate arlecchino fino alle Nove muse la figura ha subìto un processo di stilizzazione estrema: da una ben definita nitidezza dei primi quadri, dove la figura ben visibile formata da rocce sul mare, e poi ben nascosta tra i rami dell’albero del piacere, si giunge a queste figure melliflue. Se nelle fate esse hanno ancora gambe e braccia, sebbene siano filiformi, si arriva alla creazione delle Muse, dove la figura femminile diventa una sorta di graffio (come ad esempio Clio), dove molto importante diventa l’approccio dell’osservatore a cui si richiede del tempo per isolarsi dalla realtà ed entrare in sintonia con queste figure, attraverso la lettura della poetica. Il legame con la tradizione greco – romana, si legge anche nella realizzazione dell’opera Amore e Psiche, tratta dalle “Metamorfosi” di Apuleio. La scelta stilistica di Gorirossi, si ferma alla rappresentazione del momento in cui la giovane Psiche, cerca di toccare il suo amante, Amore/Cupido e lui si dissolve…Qui la figura femminile viene quindi sostituita da un semplice gesto della mano, un avvicinarsi, un irrompere dal buio improvvisamente, dolcemente, dà origine a una rappresentazione surrealista dove si chiede all’osservatore di servirsi del proprio pensiero, “in assenza di qualsiasi controllo esercitato dalla ragione, al di fuori di ogni preoccupazione estetica o morale” (Cit. Andrè Breton, Manifesto del Surrealismo, 1924).
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