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CLAN DEI CASALESI | Oltre 200 anni di carcere alla 'fazione Bidognetti'. TUTTE LE CONDANNE

11 / 07 / 2018

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Redazione

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Oltre 200 annoi di carcere alla fazione Bidognetti dei Clan dei Casalesi. Questa mattina il gip Pezzella, del tribunale di Napoli Nord ha emesso la sentenza per le 28 persone che avevano scelto il rito abbreviato: 27 i condannati, un assolto e un non luogo a procedere. Tra gli imputati le figlie del boss Francesco Bidognetti “Cicciotto e Mezzanotte”. Katia e Teresa Bidognetti.

Per la primogenita Katia Bidognetti, è stata esclusa l’associazione a delinquere di stampo mafioso: le sono stati inflitti 6 anni a fronte dei 15 richiesti dal pm. Assolto per non aver commesso il fatto anche l’ex marito di Katia, Giovanni Lubello, finito al centro dell’inchiesta per una partita di vino che la Procura riteneva essere stata imposta ai ristoranti di Aversa e dintorni.

Questa la sentenza:

Aulitto Ciro: 9 anni

Baldascini Antonio: 7 anni e 8 mesi

Bidognetti Katia: 6 anni

Bidognetti Teresa:3 anni 4 mesi

Bidognetti Vincenzo: 6 anni

Bitonto Luigi: 8 anni 4 mesi

Cavaliere Stanislao: 4 anni e 4 mesi

Cerci Gaetano: 12 anni

Cioffi Gabriele: 8 anni e 4 mesi

D’Alterio Domenico: 8 anni e 4 mesi

De Luca Luigi: 7 anni

De Luca Vincenzo: 9 anni 8 mesi

Feola Mirko: 7 anni e 9 mesi

Lubello Giovanni: assolto

Maiello Umberto: 8 anni 10 mesi

Manfredi Raffaele: 7 anni e 8 mesi

Micillo Carmine: 8 anni 10 mesi

Pacifico Dionigi: 15 anni

Puoti Francesco: 8 anni e 10 mesi

Quadrano Amerigo: 11 anni

Schiavone Vincenzo: 8 anni 8 mesi

Simonetti Giacomo: 8 anni e 4 mesi

Taurino Carlo: 8 anni e 4 mesi

Taurino Ciro: 6 anni e 6 mesi

Verrone Giuseppe: 6 anni

Verso Orietta: 5 anni

Bianchi Giuseppe: 11 anni

Basco Giuseppe: non luogo a procedere

 

L' OPERAZIONE - L’inchiesta ha riguardato, da una parte, alcune vicende legate alle attività interne alla famiglia di Francesco Bidognetti, dall’altro alcune presunte estorsioni commesse da affiliati del clan. Gli indgati, tra le quali le due figlie e la nuora del boss, sono stati ritenuti, a vario titolo, responsabili dei reati di associazione per delinquere di tipo mafioso, ricettazione ed estorsione, delitti, questi ultimi, aggravati dal metodo mafioso.

Le indagini si sono avvalse delle dichiarazioni di molti collaboratori di giustizia e di attività di intercettazione (telefoniche, ambientali e telematiche), il tutto riscontrato dalle dichiarazioni rese, controlli e pedinamenti.

Centrale, secondo l’impianto accusatorio della Dda, il ruolo delle figlie del boss Francesco Bidognetti: le donne si occupavano della distribuzione degli stipendi ai componenti del gruppo, dell’assistenza economica e legale ai familiari in carcere, della veicolazione di informazioni agli affiliati detenuti, del sostentamento, anche attraverso il reperimento di posti di lavoro, di familiari di associati liberi. Lo scenario delineato dall’Antimafia, alla prova della sentenza di primo grado con rito abbreviato, ha retto però solo in parte, almeno per quanto concerne le sorelle Bidognetti.

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