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Droga ai militari della caserma Garibaldi e 'drug test' falsificati: condannati il caporale e la compagna

27 / 03 / 2017

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Redazione

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Il caporal maggiore in servizio alla caserma Garibaldi di Caserta Luigi Santonastaso e la sua compagna Roberta Rossini sono stati condannati dal giudice per le udienze preliminari nel processo con rito abbreviato che li vedeva accusati, a vario titolo, di spaccio di droga e corruzione. Il gup ha comminato una pena di 6 anni a Santonastaso (difeso dall’avvocato Dezio Ferraro) a dispetto dei 9 anni chiesti dal pubblico ministero; 3 anni e 7 mesi, invece, per la compagna per la quale il pm aveva chiesto 6 anni. L'indagine, svolta dal febbraio 2014 al marzo 2015, ha consentito di accertare come i militari arrestati avessero avuto, all'interno della caserma, la disponibilità di ingenti quantitativi di cocaina, che venivano cedute o vendute all'interno della stessa struttura militare ad altri commilitoni, ad opera del caporale maggiore Luigi Santonastaso, con la collaborazione della propria compagna Roberta Rossini, anche lei militare in ferma provvisoria per 4 anni. Le investigazioni hanno consentito di svelare, da un lato, la rete di approvvigionamento della cocaina, i cui punti di riferimento erano delle persone di Maddaloni e Caivano. Dall'altro, è emerso un sistema di diffusa corruzione, all'interno della struttura militare, grazie al quale Luigi Santonastaso riusciva ad ottenere l'alterazione dei risultati dei drug test, disposti dal Comando nei confronti dei militari sospettati di fare uso di sostanze stupefacenti. Sia Santonastaso che la Rossini facevano uso personale di sostanze stupefacenti e sono stati trovati in possesso, nel corso delle indagini, di numerose dosi di cocaina/crack. Tale circostanza aveva indotto il Comando dell'Ottavo Reggimento Bersaglieri della Brigata Garibaldi ad effettuare dei drug, test nei confronti della Rossini. Le indagini hanno reso possibile accertare l'alterazione degli esiti dell'esame "drug-test", cui periodicamente venivano sottoposti i militari, utilizzando in particolare due modus operandi: procurandosi una provetta di urina "pulita" da sostituire, al momento opportuno, con la propria, approfittando della distrazione o della connivenza del personale sanitario addetto; avvalendosi di alcuni militari che, abusando della loro qualifica di assistente sanitario e delle proprie conoscenze tecniche, provvedevano a modificare i risultati dell'esame direttamente presso il laboratorio dell'ospedale militare di Casetta, dietro compenso di denaro oppure in stupefacenti per somme fino a 200 euro. La falsificazione dei risultati è stata accertata grazie all'attività di intercettazione telefonica, alla successiva acquisizione delle conversazioni avvenute tramite ‘Whatsapp’, nonché attraverso una attività di PG, posta in essere contemporaneamente all'esecuzione del drug test, con successivo esame del profilo genetico (dna) sull'urina, risultata negativa.

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