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Falegname 64enne si toglie la vita. Sconcerto in paese

06 / 03 / 2016

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Redazione

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Nell’azzurro mattutino del cielo, in questa prima domenica di marzo, d’improvviso sono apparsi i nembi rigonfi di pioggia, di lacrime. Erano le 10, quando Alfredo Palazzo, onesto falegname, s’è recato nella bottega, al civico 2 di Vico San Francesco che giunge a lambire l’argine del Volturno, per dar da mangiare ai cani di razza che l’attendevano come ogni mattina. Una leggera spinta all’ingresso pedonale incardinato nel giallo portone e la vista tremenda di una scena orrenda: il corpo del fratello 64enne Clemente sospeso nel vuoto con una corda al collo. Impossibile resistere. Con lo schianto nell’animo ha subito telefonato al cognato Carlo, ex vicesindaco e marito della sorella Edda, il quale a sua volta ha immediatamente chiamato il maresciallo Luigi De Santis, comandante della locale stazione dei Carabinieri che immediatamente s’è portato sul posto. Constatata quella che ad Alfredo era sembrata soltanto un terribile incubo, i militari dell’Arma si sono presto preoccupati di chiedere l’intervento di un sanitario dell’Istituto di medicina legale di Caserta. Non più tardi delle 11 l’inevitabile conferma della tragedia, mentre familiari ed amici stazionavano allibiti, increduli, nello stretto vicolo e nell’adiacente Piazza Roma dove un tempo sorgeva il palazzo municipale, in una zona antica che i grazzanisani chiamano “mercatiello”. Nel contempo un carro funebre parcheggiava davanti al portone. Di lì a poco dall’androne a pian terreno dove, nella notte trascorsa tra lampi e tuoni, s’era verificato l’imprevedibile suicidio, sono uscite una busta contenente qualcosa appena repertato e poi, agghiacciante la lignea bara col corpo esanime dello sfortunato Clemente. Il suo cuore s’era fermato poche ore prima. Il cuore di coloro che gli volevano bene batteva forte in quell’istante straziante. A mezzogiorno il carro è partito in direzione di Caserta per l’esame autoptico.

Il falegname era celibe, di carattere gioviale, incline al sorriso e alla battuta pronta. Svolgeva il lavoro che per decenni a lui e al fratello minore Alfredo gli aveva insegnato il padre Giuseppe, in paese detto “zi’ Pepp’ ‘a vammàna”, semplice ed affabile artigiano di una generazione che non esiste più. Gli piaceva trascorrere il tempo libero giocando a carte, ma rimaneva per lo più schivo, solitario. Non si sa perché e come abbia meditato un così grave gesto e in quale preciso orario. Questo dettaglio sarà stabilito dall’autopsìa. Ma il turbinìo dei sentimenti che lo ha indotto a farla finita rimarrà forse per sempre un mistero. Clemente lascia di sé un buon ricordo, alcune opere di falegnameria sospese inesorabilmente. Incolmabile il vuoto per i fratelli, le sorelle, i nipoti e tanti tantissimi amici che con lui hanno trascorso ore liete. In questa funesta domenica di marzo anche il cielo trattiene a stento amarissime gocce di pioggia. (Raffaele Raimondo)

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