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Il bipolarismo all'italiana tra corruzione e moralità. Colpa di politici 'fotocopie' della gente comune…

22 / 08 / 2016

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Redazione

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Invece di gridare allo scandalo populista sulla relazione annuale consegnata al Parlamento dal dottor Raffaele Cantone, presidente dell’Anac, o sui dati della Fondazione Hume che hanno collocato l’Italia tra i dieci paesi “più corrotti del mondo” (vedi pag. 6 de Il Sole 24 Ore del 21 agosto), converrebbe chiedersi come mai l’Italia sia così singolarmente fatta: come mai sia la nazione più inegualitaria e immorale dell’Europa occidentale, e, al tempo stesso, la più moralizzatrice. 

E’ a questa “personalità bipolare” dell’italiano medio che varrebbe la pena pensare: tra la forza straordinaria del cinismo italiano e la forza delle sue indignazioni che reclamano pulizia. Due personalità che non si incontrano mai, che vivono due vite parallele ma che riescono a coabitare in perfetto equilibrio. E’ come il problema dei rifiuti: si discute delle discariche e degli inceneritori ma non si fa nulla perché, nelle pattumiere, ci sia meno spazzatura. Uno degli elementi che aiuta a meditare è il modo italiano di darsi e di seguire i precetti dell’etica. La morale dell’italiano medio interviene sempre dopo che sono state compiute le male azioni o dopo l’esecuzione di una misura cautelare o dopo la pubblicazione di inchieste giornalistiche dal contenuto scandalistico. In sintesi, una morale a posteriori. Così per gli stipendi d’oro ai manager pubblici, per i rimborsi per spese discutibili ai parlamentari, per i concorsi pubblici truccati: conta più la penitenza che non l’introduzione e l’osservanza di regole chiare e precise. 

In Italia sembra di vivere dentro un romanzo dostoevskiano: il Castigo non reca vero danno al Delitto ma se ne nutre, e clandestinamente lo legittima. Per la classe dei corrotti italiani vale quel che diceva, del romanziere russo, Sigmud Freud: “L’aspetto più aggredibile in Dostoevskij è quello etico. Se lo si vuol esaltare come uomo morale argomentando che soltanto chi ha toccato il fondo estremo del peccato può attingere il livello più alto della moralità, si trascura la seguente riflessione: morale è chi già reagisce alla tentazione avvertita interiormente e ad essa non cede. Colui che prima si macchia d’una colpa e poi, in preda al rimorso, pone a se stesso elevati obiettivi morali, può essere accusato di fare i propri comodi. Manca in lui l’elemento essenziale della moralità: la rinuncia”.

In Italia manca precisamente questo: la rinuncia preventiva ad agire male, la reazione alle tentazioni quando queste si avvertono. Mancano, l’una e l’altra, perché appunto viene data preminenza all’espiazione, alla penitenza spettacolare sulla legge, la quale legge è considerata un accidente (elemento non essenziale) perché schiacciata dalla dittatura della giurisdizione. Non accidentale (essenziale) resta solo il cammino del penitente, in ginocchio, sulle vie labirintiche dell’espiazione. E questo è il motivo per cui si teme più il giudice che non il legislatore, in Italia, assai più l’indagatore giornalistico che non il rigore dissuasivo delle regole.

Il timore della giustizia è una grande cosa. Ma esso deve combinarsi necessariamente col timore della norma giuridica che – oggi, nel Paese - è del tutto assente. Il deputato che si fa rimborsare dalla regione Campania spese per attività di comunicazione mai fatta è tenuto a restituire il maltolto. Ma un pudore potente spinge poi a tacere su chi ha emesso la fattura per operazione inesistente e su chi avrebbe dovuto controllare e non lo ha fatto. La morale si sdoppia, diventa emiplegica, trovando nello sdegno ex post la propria ancora di salvezza. 

Poi c’è l’altra singolarità italiana: la mancanza di esempio della classe politica. Anni fa, quando scoppiò lo scandalo di “affittopoli”, nel quale inciampò tanta classe dirigente, soprattutto di sinistra (nel periodo in cui la sinistra parlava ancora di eguaglianza e giustizia per le classi deboli), Luciano Lama – pezzo di storia del sindacalismo italiano – dichiarò: “Se non sbaglio, ho visto molti nomi della società civile”. Tale argomentazione si sente ogni volta che una classe politica vuol scagionarsi: tutti sono colpevoli, dunque tutti sono innocenti. Ma proprio perché si ripete con tanta frequenza, converrà meditare anche su questa tendenza, della classe dirigente, a nascondersi dietro i vizi dei cittadini. Non siamo meglio della gente comune, dicono i politici, ed è così che abdicano, disertano i loro posti di legislatori, lasciando che il cambiamento, le riforme oltre che il potere sanzionatorio sia gestito esclusivamente dai magistrati e da qualche giornalista non sempre dedito alla tutela del diritto d’informazione.

E’ però futile prendersela con questi due centri di potere, se il politico non comprende, per tempo, che è suo obbligo e suo destino di essere migliore della società civile. Per questo d’altronde è eletto: perché sia un eccellente nel vero senso della parola e perché sia un esempio, e non una fotocopia della gente comune.

Gennaro Iannotti

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