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Mdp, Diodato: "Collassato un modello politico. Ora serve una solida opposizione"

27 / 06 / 2017

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Alessia Aulicino

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È scontato che il voto maddalonese non sia immediatamente inquadrabile nel contesto nazionale. Le vicende locali, i rapporti interpersonali, i legami, spesso storici e complessi, tra partiti e territori rendono scarsamente generalizzabili le singole esperienze amministrative. Tuttavia, se non è pacifico collegare direttamente la débacle del Partito democratico maddalonese al fallimento delle politiche economiche e sociali dei governi Renzi-Gentiloni, è legittimo leggere la pesante sconfitta di Peppe Razzano come l’esito del collasso di un modello di partito e di organizzazione politica.

Il partito del «ciaone» e dello «stai sereno», che si destruttura per aprirsi ad accordi spregiudicati con il centrodestra e con soggettività civiche ambigue, perde la residua identità di centrosinistra. Il compromesso costante – e sempre più al ribasso – costringe a svuotare i programmi di contenuti innovativi, anzi spinge a non prestare attenzione ai temi, per inseguire un voto interessato, guidato da gruppi di pressione e potentatucoli locali.

Nella campagna elettorale maddalonese è sintomatico come – a differenza del suo diretto avversario – l’aspirante sindaco del «centrosinistra che guarda a destra» abbia evitato accuratamente ogni occasione di confronto con la città e non abbia trovato modalità, anche inedite, di ricerca del consenso, pur essendo giovane (e soprattutto esperto di comunicazione).  

Si è avuta – specialmente in occasione del ballottaggio – la sensazione che i due competitor non fossero interessati a parlare alla città, ma cercassero i voti altrove, garantendosi l’appoggio dei vari titolari di pacchetti di voti preconfezionati (sarebbe interessante, a questo proposito, osservare la distribuzione del voto tra i candidati consiglieri al primo turno).

In ogni caso, un ballottaggio al quale partecipano 4 elettori su 10 non solo conferma la ormai dichiarata crisi del modello democratico di stampo novecentesco, ma indica una preoccupante perdita di fiducia nella capacità della politica di incidere sulla vita individuale e collettiva.

Chi non ha votato è stato spinto alla disillusione e al disimpegno da una classe politica e amministrativa che ha espresso quasi pubblicamente una prepotente volontà di autonomia dal Paese reale. Stavolta, però, l’astensione non è solo quella del cittadino che si è fatto irretire dall’antipolitica: c’è stata una fetta consistente di astensione a sinistra, determinata dall’opzione tra un candidato di centrosinistra orientato a destra e un candidato civico, la cui coalizione pure si è dilatata da destra a sinistra attorno alla mirabolante proposta di un’amministrazione di «salute pubblica».

L’astensione a sinistra ha, peraltro, caratterizzato – in misura ovviamente meno massiccia – anche il primo turno, là dove, osservando il posizionamento dei candidati in campo (centrodestra civico, centrosinistra che guarda a destra, destra civica e M5S), saltava all’occhio, in una città come Maddaloni, l’assordante assenza di una proposta di sinistra.

Potremmo fare mille analisi, tutte imprecise e approssimate, sulle ragioni che hanno impedito la formazione di un’opinione pubblica e di una proposta decisamente orientate a sinistra: il solito gioco delle due sinistre che si ostacolano a vicenda (con quella più radicale che al momento opportuno scavalca a destra la vituperata «ala riformista», lasciandola puntualmente con il cerino in mano); le lacerazioni interne al Partito democratico, che lo hanno portato – renzianamente – a cercare i voti nel centrodestra, oppure a perdere pezzi orientatisi altrove o rifuggiti nell’astensionismo; una certa quota di sinistra civica, anche interna al PD, che ha appoggiato il candidato civico di centrodestra.

Queste e altre ragioni autorizzano alle più svariate letture e rendono inadeguate le etichette di centrodestra e centrosinistra, che pure ci accaniamo a utilizzare. Ci sarà tempo e modo di soffermarsi su ognuna di esse.

Resta il dato ineludibile che Maddaloni è una città difficile. Non si può fingere che non esista la Maddaloni arrogante e ignorante, collusa o contigua con la criminalità, penetrata fin dentro la macchina comunale. Né possiamo ignorare il messaggio proveniente da quei sei maddalonesi su dieci che non hanno avuto fiducia nelle proposte in campo, ma nemmeno si sono piegati a cedere il proprio voto in cambio di qualche altra utilità.

È banale dire – oggi – che bisogna costruire un’alternativa: le proposte, in democrazia, si articolano prima e non dopo le elezioni. Nemmeno, però, ci si può condannare a deporre le armi per i prossimi anni. È necessario pensare fin da queste ore a compattare un solido fronte di opposizione a sinistra, che vigili senza sconti sulle azioni della nuova amministrazione, e soprattutto rappresenti le fondamenta di un progetto autonomo, ma dentro il solco di un nuovo centrosinistra. Allo stesso tempo, è utile che questo spazio cittadino si connetta immediatamente con lo scenario che si va definendo sul piano nazionale, a cominciare dalla partecipazione alla manifestazione «Insieme. Nessuno escluso» del prossimo 1 luglio a Roma.

 

Mena Diodato (Articolo 1 – Movimento democratico e progressista Maddaloni)

 

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