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Svolta nell'omicidio Correra: fu un delitto di camorra per la guerra con i Belforte

12 / 07 / 2016

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Valentina Martinisi

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Stamattina è stato celebrato presso il tribunale di Santa Maria Capua Vetere il processo a carico di Antonio Zampella, ritenuto responsabile, insieme al figlio Alessandro, dell’omicidio di Francesco Correra, avvenuto lo scorso settembre a Maddaloni. Fu un delitto di camorra e non legato ad una lite tra nuclei familiari, quello di Correra, ferito a colpi di arma da fuoco nel piazzale della sua abitazione e deceduto poi in ospedale. Questo è quanto sostenuto stamani dal pm di Santa Maria Capua Vetere Alessandro Di Vico, nell’aula del tribunale in cui si sta celebrando il rito abbreviato a carico di Zampella senior (il figlio sarà giudicato con rito ordinario davanti alla Corte d’Assise),che fino ad oggi rispondeva, insieme al figlio 19enne (difesi dagli avvocati Mario Mangazzo e Michele Di Fraia), di omicidio volontario con l’aggravante dei motivi abietti e futili. Il pm ha depositato nuovi atti con la nuova contestazione di omicidio con l’aggravante mafiosa. Di Vico ha presentato le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Michele Lombardi, un tempo membro del clan attivo a Maddaloni, quello dei Farina-D’Albenzio, legato ai Belforte di Marcianise. Il pentito, sentito il 23 maggio scorso da Di Vico e dal pm della Dda di Napoli Luigi Landolfi, ha raccontato che l’omicidio sarebbe avvenuto perché Correra faceva parte di una fazione in rotta con i Belforte, indeboliti da arresti e pentimenti eccellenti, come quello del fondatore Salvatore Belforte, e pretendeva una tangente di 300 euro a settimana dai due Zampella per la loro attività di spaccio di droga.

 

 

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