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Medici aggrediti, il presidente dell'Ordine di Caserta: "Ci difendiamo da soli, pene più severe"

31 / 03 / 2017

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Redazione

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Il 30 marzo è partita una campagna di sensibilizzazione relativa ad un fenomeno ancora poco conosciuto in Italia, ma che da molti anni a questa parte registra una serie di numeri allarmanti. Si tratta delle continue aggressioni ai danni del personale medico negli ospedali, principalmente da parte dei congiunti dei pazienti ricoverati, complice anche un massiccio abuso da parte dei media in relazione ai casi di malasanità. Un problema diffuso in tutta la penisola, ma che purtroppo, come spesso accade, strizza un occhio al Meridione. Secondo uno studio iniziato nel 1984 e conclusosi lo scorso anno, è infatti la Puglia a detenere il record di aggressioni con una casistica del 26%, contro il 16% della Sicilia ed il 13% di Sardegna e Lombardia. Non è un caso, dunque, che l'iniziativa sia partita proprio dall'Ordine dei medici di Bari in collaborazione con il presidente dell'OMCeO di Napoli Silvestro Scotti, e che subito abbia riscosso numerosi consensi, trovando l'appoggio degli Ordini di Caserta, Bologna, Messina, Lecce e Brindisi. In provincia di Caserta, ad esempio, sono tantissimi i casi di aggressione registrati soprattutto all’ospedale San Giuseppe Moscati di Aversa.

La campagna, cominciata con poster e manifesti affissi nelle varie strutture sanitarie, è poi proseguita sul web, su social come Facebook, Linkedin e Twitter ed invita medici e cittadini a sostituire la propria immagine del profilo con quella di una dottoressa dal volto tumefatto , insieme allo slogan "Chi aggredisce un medico, aggredisce se stesso. Difendiamo chi difende la nostra salute." Lo scopo è, non solo quello di mettere al corrente i cittadini della problematica, ma anche di far leva sul legislatore al fine di modificare le norme di tutela del medico, creando procedure d'ufficio e non a querela di parte quand'egli viene aggredito nell'esercizio delle sue funzioni, con conseguente inasprimento delle pene.

A tal proposito, risulta estremamente interessante lo studio condotto dall'Osservatorio FNOMCeO della professione medica/odotoiatrica feminile, il quale riporta il  quinto rapporto di protocollo di monitoraggio degli eventi sentinella e i dati del Ministero della Salute su gli atti di violenza a danno dell'operatore sanitario. "Secondo i dati relativi agli anni 2005-2012, gli abusi verso gli operatori sono al quarto posto tra i 16 eventi sentinella segnalati. Per fare un esempio, su 165 segnalazioni effettuate, essi rappresentano l'8,6% del totale, dei quali quattro mortali" è quanto dichiarato da Emilia Bottiglieri, coordinatrice nazionale dell'Osservatorio e presidente dell'Ordine dei Medici di Caserta. "Dati però che non sono pienamente attendibili, dato che solo una piccola parte delle aggressioni viene denunciata mentre sono centinaia quelle sommerse, soprattutto di tipo verbale. Un esempio lampante è il recente caso avvenuto lo scorso febbraio a Palermo presso l'Ospedale La Maddalena, dove un uomo di 68 anni, straziato per la morte della moglie, ha aggredito il primario del reparto di oncologia e la sua assistente. Noi possiamo capire il dolore dei pazienti, possiamo stargli vicino, ma non possiamo accettare episodi del genere. Nessun problema può giustificare un'atto di violenza fisico o verbale, senza se e senza ma. Né da parte dell'utente, né da parte del medico, né da parte degli infermieri" ha proseguito la Bottiglieri.

"Questi eventi, terminati con un ferimento, vengono segnalati e divulgati, ma nel quotidiano la gente arriva in ospedale già arrabbiata. Alla base del problema, vi è la perdita del rapporto di cura medico-paziente, quel rapporto fiduciario di una volta che purtroppo non c'è più.  Le persone sono cariche di rabbia e sfiducia, ad ogni negazione corrisponde un'aggressione, in quanto credono, ancor prima di raggiungere le strutture, che subiranno a prescindere qualche torto. Ed, ovviamente, i reparti dove più frequentemente si verificano queste aggressioni, sono quelli di emergenza, come i pronto soccorso. E' una situazione che va modificata da entrambe le parti."

Ma allora come arginare il fenomeno? "In primis, fare un'indagine dettagliata sottoponendo tutto il personale sanitario a questionari per avere dei dati più certi. L'Osservatorio si è sempre interessato molto per quel che concerne la violenza sulle donne, ma stavolta il discorso è trasversale ed interessa ambo i sessi. L'iniziativa è partita da tre mie colleghe, rispettivamente di Bari, Trento e Parma le quali provvederanno a svolgere questo studio. Il progetto è stato già pianificato durante l'ultima riunione a Roma svoltasi lo scorso mese e partirà a breve. Bisogna elaborare un programma di prevenzione e di intensificazione del rischio, effettuare un'analisi approfondita del contesto lavorativo, ma soprattutto formare il personale che lavora in questi reparti, anche dal punto di vista psicologico, deve sapere anticipatamente come gestire la situazione di pericolo. Un progetto che si baserà dunque molto sull'educazione e la formazione, oltre che sul censimento dei i casi reali, gravemente sottostimati. Una volta fatto ciò, si provvederà a varare una serie di misure eseguibili dal personale sanitario in punto cardine."

Infine, in relazione ai recenti casi di malasanità, la dottoressa ha commentato: "Così come si dà moltissima visibilità a questi tristi avvenimenti, allo stesso modo non si parla dei successi di buona sanità, né dei casi di aggressione a danno di medici, perché non costituiscono scoop, e se anche se ne parla, cadono subito nel dimenticatoio. Quest'iniziativa è partita dall'Ordine dei Medici, nessuno scudo si è alzato dal governo o dal Ministero, in pratica ci stiamo difendendo da soli. Cosa che contrariamente avviene quando ad aver bisogno è il cittadino. Ma più aumentano le aggressioni, più noi medici siamo costretti a metterci sulla difensiva, e questa è una cosa che va a danno proprio dei cittadini stessi. Non è un modo corretto di procedere, ne va della loro salute. Dobbiamo avere la possibilità di creare un dialogo, non possiamo aver paura di dare spiegazioni, soprattutto nei casi in cui bisogna affrontare situazioni delicate. Se poi, per paura di ripercussioni, non possiamo esprimerci, è come se non stessimo offrendo il giusto servizio alla comunità”. (Alessia Aulicino)

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