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Non portavo il casco, non sono stata fermata…ed oggi non esisto pi

20 / 05 / 2012

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Giuseppe Perrotta

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“Ciao, sono Carmen, ho 15 anni e sono innamoratissima della vita. Ma un brutto giorno, tre balordi criminali hanno deciso di sostituirsi a Dio facendo in modo che questa mia breve vita, dovesse finire, lasciandomi a terra sull’asfalto di via Pastore in un lago di sangue. Perché? Eppure tutti quelli che mi conoscono dicono che sono una ragazza speciale. Non so perché. Forse perché ho sempre difeso i più deboli in tutti i modi e con tutta la mia esuberanza della mia giovane età. Forse perché ho sempre creduto nell’amicizia,che considero il più bel valore in assoluto. Spesso accadeva che persone più grandi di me, mi chiedessero consigli per i loro problemi, ero felicissima di donare parole di conforto e  suggerimenti”. “Una cosa che non ho mai sopportato è che qualcuno possa offendere persone con problemi fisici o psichici. E questo, a volte, mi è costato derisione e in qualche occasione sono stata malmenata”. “Non sopporto l’ipocrisia, dico sempre quello che penso”. “A mamma spesso chiedevo: perché non adotti un bambino down? Sai, loro hanno tanto bisogno di amore e affetto e non chiedono nulla in cambio. Penso che questa mia richiesta nasca dal desiderio di donare tutto il mio amore per le persone indifese e sofferenti”. “Da qualche settimana mi sono fidanzata con un ragazzo un po’ più grande di me. Gli voglio molto bene, anche se lui non me lo dimostra, a me non importa più di tanto, perché so che ha molto bisogno di amore e tenerezza a causa di continue sofferenze per una seria malattia ed è anche per questo che sono molto felice di stargli vicino, di aiutarlo”. “Quel 5 gennaio – ricordano gli autori della lettera – mi trovavo in via Pastore per vedere il mio ragazzo, per parlare di come trascorrere il giorno seguente che sarebbe stata l’epifania”. “La mia colpa? E’ stata quella di chiedere un passaggio col motorino ad un ragazzo che conoscevo solo di vista. Non potevo sapere che si sarebbe trasformato in uno dei miei assassini, lasciandomi li a terra, in una pozza di sangue, senza soccorso per scappare via col motorino”. “Quante bugie sono state dette sulla mia morte”. “Hanno detto che ero io alla guida del motorino. Non è vero ! io stavo dietro e lo hanno visto molte persone. Non portavo il casco perché non avevo il motorino, né il patentino, i miei non hanno mai voluto che li avessi”. “Visto che non sono morta in un deserto – conclude la lettera – mi rivolgo a te che stai leggendo, se hai visto l’incidente, sei al corrente di notizie importanti per quanto è accaduto non essere vigliacco, testimonia la verità. Solo cosi mi aiuterai a trovare pace e aiuterai mamma, papà, il mio adorato fratello Vincenzo e la mia amatissima sorella Annalisa a trovare la forza di andare avanti. Non essere complice dei miei assassini che hanno condannato la mia famiglia all’ergastolo del dolore. Abbi il coraggio di testimoniare la verità”. La lettera che avete letto è quella trasmessa alla stampa dai genitori della quindicenne deceduta il 5 gennaio scorso a seguito di un incidente stradale. Un tentativo messo in atto dai due genitori trasformatisi in agiografi ispirati dal mondo del soprannaturale, dell’incomprensibile per abbattere il muro di gomma creatosi intorno alla morte della figlia vittima dell’incoscienza giovanile, associata alla mancanza di controlli veri sull’uso del casco da parte dei centauri. Controlli mancati che hanno avuto e avranno conseguenze tragiche come affermano i Di Guida nel manifesto che si apprestano ad affiggere sui muri della città che recita “Carmen: Non portavo il casco, non sono stata fermata…ed oggi non esisto più”. Una ammissione ed una accusa che invitano e impongono un momento di riflessione perché si faccia tutto quanto necessario affinché non si ripetano più simili tragedie. Intanto, per i Di Guida c’è bisogno di fare chiarezza, sia per trovare il o i responsabili della tragedia che ha colpito la loro famiglia sia per recuperare la serenità che merita una famiglia colpita da un dramma tanto grande qual è perdere una figlia a soli 15 anni.
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