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Omicidio Tondi, botta e risposta tra i consulenti. Denti: `Chi ha ucciso Katia era familiare o un amico. Ecco il perchè`

28 / 09 / 2013

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Redazione

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E' guerra aperta, ormai, tra i criminologi e consulenti di parte che stanno seguendo le indagini del delitto di Katia Tondi, la mamma di 31 anni uccisa lo scorso 20 luglio nella sua abitazione di San Tammaro. Dopo la presa di posizione del professor Carmelo Lavorino, consulente degli avvocati Mastellone e Crisileo per la difesa di Emilio Lavoretano (leggi qui), marito ed unico indagato per il delitto, è arrivata la replica a stretto giro di Ezio Denti, criminologo ed investigatore privato, protagonista della puntata di venerdì di Quarto Grado. "Il professore Lavorino - afferma Denti - si esprime confutando le mie affermazioni relative all'ipotesi che possa essere alquanto inverosimile la tesi di una rapina finita in tragedia. In merito a questo, mi preme sottolineare quanto sia stato più che mai fuori luogo e dannoso, per le indagini e ai fini investigativi, fare dichiarazioni di questo tipo, rendendo pubbliche certe informazioni così delicate e facendo emergere chiaramente un segno di ostilità nei miei confronti mancando di rispetto al mio lavoro e ledendo il proseguio delle indagini da parte degli inquirenti. È mia opinione e la riconfermo, che la signora sia stata  vittima di un omicidio d'impeto, non premeditato e oggetto della violenza della mano di una persona appartenente alla cerchia familiare o comunque conosciuta dalla stessa. Rispetto all'ipotesi che in occasione di una rapina il killer possa aver strangolato la vittima contestualmente al saccheggio della casa, sulla base di ricerche e studi in merito e per mia diretta esperienza in ambito investigativo e come consulente di parte oltre che a quella di esperto in "analisi comportamentale", posso affermare con certezza che sia inverosimile e improbabile in quanto nella storia di delitti analoghi non ci sono casi certi di dinamiche omicidiarie che colleghino lo strangolamento ad una rapina. Solo pura teoria. Inoltre l'arma del delitto non è stata trovata, ma questo non toglie che l'assassino possa aver utilizzato un oggetto trovato casualmente nell'abitazione e quindi non portato premeditatamente con sè con l'intenzione di uccidere e, dopo aver commesso il delitto impetuosamente, essersene liberato o averlo trattenuto. In fondo si tratta di un oggetto lungo e sottile  del diametro di circa un centimetro che può essere facilmente reperito oltre che portato con sé". Nel confutare l'ipotesi della rapina, Denti sottolinea anche: "Non concordo con il fatto che una persona possa entrare in casa altrui così liberamente. Per poter entrare il killer avrebbe dovuto aver trovato la porta di casa aperta: ipotesi questa che appare alquanto inverosimile visto che la signora Tondi, in base alle nostre indagini e alle testimonianze di amici e vicini, era una persona estremamente cauta e attenta e non avrebbe mai lasciato la porta socchiusa o aperta anche a causa del fatto che in quel momento era da sola in casa con il figlio piccolo. Inoltre, non è nemmeno possibile che sia potuto entrare utilizzando uno stratagemma di qualche genere, visto che, come tutte le porte blindate, in concomitanza del battente, è presente una fascia di sicurezza sporgente che impedisce l'eventuale accesso con corpi diversi dalla chiave". Un passaggio è dedicato anche alla serratura che, come sottolinea Denti, "non presenta segni di effrazione. Durante il mio accesso alla casa, pochi giorni orsono, ho partecipato personalmente all'analisi e allo smontaggio della serratura in questione fatta dalla polizia scientifica e posso affermare con certezza e senza ombra di dubbio che la serratura in questione non sia stata manomessa; presenta segni di usura e graffi ma assolutamente compatibili con quelli di una serratura di vecchia fabbricazione, cosa deducibile dalla storia di quell'immobile. È stata fatta inoltre una approfondita analisi tecnico scientifica con apparecchiature a sistema multi spettrale sulla chiave e il risultato, assolutamente inconfutabile, è che solo quella chiave avrebbe potuto aprire la porta di ingresso per cui si avvalora sempre di più l'ipotesi che chi è entrato ne fosse in possesso e quindi che si tratta o di un familiare, visto che la casa, prima che fosse rilevata dai coniugi Lavoretano, apparteneva alla famiglia di Emilio, o da qualcuno vicino a loro o conosciuto". Ed aggiunge ancora: "E' estremamente improbabile che qualcuno che possa aver avuto l'intenzione di rapinare e uccidere, possa aver messo in atto un appostamento nei confronti della famiglia Lavoretano e aver pedinato Emilio al fine di carpire informazioni utili alla dinamica abitudinaria dello stesso. La famiglia Lavoretano è una famiglia che vive con un solo stipendio e il marito di Katia fa un lavoro normale con uno stipendio normale che gli permette di vivere onestamente e di mantenere la famiglia; ma non si può certo dire che i signori Lavoretano siano ricchi, per cui è inverosimile che possano essere stati presi di mira intenzionalmente per una rapina. Il modus operandi che emerge dalla scena del crimine si avvicina di più ad un sabotaggio e ad una messa in scena, dettati oltretutto dal fatto che, dalle fotografie degli inquirenti, emerge chiaramente che il disordine sia stato calcolato e organizzato per simulare che lì si sia svolta una rapina, oltre al fatto che, se si fosse trattato davvero di un ladro, avrebbe arraffato tutti i gioielli e la bigiotteria che avesse trovato in casa per poi analizzarli e distinguerli in luogo diverso, mentre invece sono stati sottratti solo pochi monili". Dunque l'investigatore privato conclude: "Non mi permetto in nessun modo di asserire chi possa aver fatto osservazioni e deduzioni inesatte, né tanto meno di giudicare lo stile e la qualità del lavoro altrui. Ritengo però estremamente importante sottolineare che se ci fosse stata maggiore collaborazione e sinergia tra i consulenti di parte e maggiore volontà di intelligente cooperazione, probabilmente le indagini avrebbero avuto uno svolgimento diverso".
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