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CAMORRA & POLITICA | Voti comprati alle elezioni: chiesto il processo per 24 persone. I NOMI

01 / 06 / 2019

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Redazione

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Voti comprati per le elezioni, chiuse le indagini per 24 persone

La Dda ha chiesto il rinvio a giudizio di 24 persone coinvolte nella maxi inchiesta dei carabinieri di Caserta per i voti comprati alle elezioni. Modus criminale scoperto grazie alle indagini sullo spaccio di droga.

L’udienza è stata fissata ad inizio luglio. Potrebbero finire sotto process:

  1. Pasquale Corvino, 57 anni, ex vice sindaco di Caserta;
  2. Pasquale Carbone, 61 anni, ex sindaco di San Marcellino;
  3. Agostino Capone, 51 anni di Caserta ma residente a Casagiove;
  4. Giovanni Capone, 54 anni di Caserta;
  5. Paolo Cinotti, 34 anni di Caserta;
  6. Ferruccio Coppola, 31 anni di Caserta;
  7. Silvana D’Addio, 46 anni di Caserta;
  8. Mario De Luca, 50 anni di Casal di Principe;
  9. Giovanni Gualtieri, 41 anni di San Nicola la Strada;
  10. Antimo Italiano, 59 anni di Caserta;
  11. Antonio Merola, 37 anni di Caserta;
  12. Roberto Novelli, 54 anni di Caserta;
  13. Rosario Palmieri, 46 anni di Caserta;
  14. Vincenzo Rea, 59 anni di Caserta;
  15. Pasquale Valerio Rivetti, 26 anni di Caserta;
  16. Gianfranco Rondinone, 39 anni di Caserta;
  17. Alberto Russo, 39 anni di Caserta;
  18. Modestino Santoro, 47 anni di Caserta;
  19. Virginia Scalino, 36 anni di Caserta;
  20. Mariagrazia Semonella, 46 anni di Caserta;
  21. Francesco Alberto Spaziante, 44 anni di Caserta;
  22. Salvatore Vecchiarello, 43 anni di Napoli;
  23. Clemente Vergone, 49 anni di Caserta;
  24. Antonio Zarrillo, 52 anni di Capodrise. 

 

LE ESTORSIONI SUI MANIFESTI ELETTORALI - Le indagini hanno permesso di accertare che Giovanni Capone, all’epoca detenuto, utilizzando dei “pizzini” aveva dato precise disposizioni al fratello Agostino Capone affinché si occupasse dell’affissione dei manifesti elettorali nella città di Caserta. Quest’ultimo, avvalendosi della collaborazione materiale di Vincenzo Rea, Antimo Italiano, Antonio Merola e Antonio Zarrillo, imponeva ai candidati di fare riferimento alla società di servizi “Clean Service”, a lui riconducibile in quanto intestata alla moglie, Maria Grazia Semonella. Tale imposizione avveniva sia con intimidazioni esplicite, come captato nel corso delle intercettazioni, sia attraverso minacce rivolte ai singoli soggetti sorpresi ad affiggere i manifesti a tarda notte, sia coprendo i manifesti affissi senza ricorrere alla loro società, facendo poi arrivare il messaggio che tale inconveniente non si sarebbe verificato se si fossero rivolti alla società Clean Service. Tale condotta, di fatto, ha limitato la libertà contrattuale dei candidati, i quali, pur di poter continuare a svolgere la campagna elettorale anche attraverso l’affissione di manifesti, erano costretti ad affidare l’incarico di stampa ed affissione ad una ditta non scelta liberamente. Tra i candidati costretti a rivolgersi a Agostino Capone si segnala la presenza di Luigi Bosco, Consigliere regionale in carica, il quale ha confermato che a Caserta vi erano state alcune anomalie, in quanto per avere visibilità era necessario rivolgersi ad un determinato gruppo di persone.

A conferma di ciò Bosco ha raccontato agli inquirenti che un suo collaboratore, durante l’affissione dei manifesti nel Comune di Caserta, era stato aggredito da alcune persone che gli avevano intimato di allontanarsi, in quanto a Caserta nessuno poteva affiggere senza il loro consenso. Dopo tale episodio, inoltre, Vincenzo Rea si era presentato presso il suo comitato elettorale con fare spavaldo, garantendo che affidando a loro l’affissione dei manifesti avrebbe avuto la giusta visibilità, viceversa avrebbe avuto dei problemi. Come emerge dalle conversazioni captate tra gli indagati, i proventi di tale attività ammontavano a circa 17.000 euro, dei quali una parte erano destinati a rimpinguare le casse della fazione del clan riferibile a Giovanni Capone, con particolare riferimento al mantenimento degli affiliati all’epoca detenuti in carcere.

LO SCAMBIO ELETTORALE POLITICO MAFIOSO - Pasquale Corvino e Pasquale Carbone (il primo ex vice sindaco di Caserta, il secondo ex sindaco di San Marcellino, nda), entrambi candidati con il “Nuovo Centro Destra – Campania libera” durante le elezioni regionali del 2015, sono destinatari della misura cautelare degli arresti domiciliari poiché indagati per aver chiesto agli esponenti del clan Belforte di procurare loro i voti di soggetti legati all’associazione camorristica, in cambio dell’erogazione di somme di denaro e di altre utilità. In particolare Pasquale Corvino avrebbe chiesto l’appoggio elettorale nel territorio di Caserta, promettendo a Agostino Capone e Vincenzo Rea la somma di 3.000 euro ciascuno, buoni spesa e buoni carburante, oltre ad un “regalo“ per Giovanni Capone Anche il candidato Pasquale Carbone, attraverso un intermediario, si era rivolto a Antonio Merola, affiliato al clan Belforte, fazione di Capone, per ottenere i voti del clan e, come corrispettivo, aveva versato la somma di 7.000 euro, in cambio di cento voti nel Comune di Caserta. A termine elezioni, Carbone otteneva nel capoluogo meno voti di quelli promessi, 87 anziché 100, motivo per il quale chiedeva la parziale restituzione della somma versata per il procacciamento dei voti. Di particolare interesse risultano le conversazioni intercettate tra gli indagati, nelle quali Agostino Capone minacciava delle persone al fine di assicurarsi i voti “se non escono i voti devi vedere! Ti togliamo la macchina da sotto!”, a dimostrazione della forza intimidatrice utilizzata per ottenere i voti per Pasquale Corvino Ulteriormente rilevanti, sono le esternazioni sulle modalità con le quali sarebbe stato controllato il rispetto dei patti, cioè che i voti promessi a Covino sarebbero effettivamente stati dati dagli elettori che avevano ricevuto i buoi spesa o carburante: “li vado a prendere… li porto a votare fino a dentro! Con il telefono in mano faccio la foto, devo vedere sul telefono se no non hanno niente!”. A conferma della spregiudicatezza degli indagati, è stato accertato come Agostino Capone in persona, si fosse occupato di accompagnare con la sua autovettura alcune persone anziane al seggio, facendole entrare nella cabina elettorale insieme alla moglie, per controllare se avessero votato bene. Lo stesso Capone, in una conversazione ambientale, raccontava alla moglie di aver controllato le schede prima di farle imbucare e di aver corretto con la matita il nome del candidato in Corvino, arrivando persino ad intimidire il presidente del seggio “non mi ha detto proprio niente perché io lo stavo menando a quello là dentro!”

LO SPACCIO DI DROGA - Nel corso delle indagini sul conto di Agostino Capone, è emerso come lo stesso fosse anche coinvolto nell’attività di spaccio di sostanze stupefacenti su Caserta ed ambisse a divenire l’unico fornitore per gli spacciatori al dettaglio di Caserta. Dalle intercettazioni emergeva infatti che Capone aveva ottenuto a credito, grazie all’intermediazione di Mario De Luca, una significativa partita di stupefacente del tipo cocaina da malavitosi dell’agro aversano, finalizzata all’approvvigionamento di altri spacciatori al dettaglio del capoluogo, identificati in Rosario Palmieri, Roberto Novelli, Modestino Santoro, Salvatore Vecchiariello e Giovanni Gualtieri. Agostino Capone inoltre, avvalendosi dell’intermediazione di Alberto Russo personaggio in collegamento con la criminalità organizzata del Parco Verde di Caivano, aveva acquistato, insieme a quest’ultimo, grosse partite di hashish da cedere al dettaglio attraverso piccoli spacciatori, identificati in Clemente Vergone, Silvana D’Addio, Ferruccio Coppola e Giovanni Gualtieri. L’obbiettivo di Agostino Capone era chiaramente quello di ottenere il controllo delle piazze di spaccio di Caserta, sfruttando la sua stabile appartenenza al clan camorristico dei Belforte e la sua ascesa criminale come referente del clan su Caserta. Tale ambizione di accreditarsi come referente dello spaccio nel capoluogo, naufragava a causa delle difficoltà incontrate da Capone nell’onorare il debito contratto con i suoi fornitori, i quali, spazientiti dai continui ritardi, arrivarono persino a prelevarlo da casa sua e a trattenerlo in una località sconosciuta fino al pagamento di parte del debito.



 

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