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PROCESSO COSENTINO | Arriva la sentenza definitiva: ci sono assoluzioni e condanne

06 / 12 / 2018

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Redazione

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Non si trattò di corruzione, ma poliziotto e cognato commisero comunque un reato. Nel pomeriggio la sesta sezione penale della Corte di Cassazione ha emesso il suo verdetto definitivo sulla controversa vicenda dei favori ricevuti in carcere dall’ex sottosegretario Nicola Cosentino

Annullato la condanna per corruzione ai tre imputati: Marisa Esposito, moglie di Cosentino; suo fratello, Giuseppe Esposito, ex consigliere di Trentola Ducenta, cognato del politico e l’agente di polizia penitenziaria di Orta di Atella Umberto Vitale.

La consorte di Cosentino è stata quindi assolta dall’unico reato per il quale era stata accusata (e condannata a 2 anni e 4 mesi in primo grado) e per il quale venne sottoposta nel 2015 all’obbligo di dimora, poi annullato. Per il fratello e il poliziotto l’assoluzione vale però solo per il capo dell’ordinanza relativo alla tangente; per l’altro reato sono stati infatti condannati, anche se la pena inflitta in Appello è stata ovviamente rideterminata.

A Vitale sono stati inflitti 4 anni (in secondo grado aveva rimediato 4 anni e 8 mesi), mentre a Giuseppe Esposito 2 anni e 6 mesi (aveva rimediato 3 anni e 2 mesi). La Suprema Corte supera dunque anche parte del materiale probatorio ed in particolare l’ormai famigerata intercettazione nella quale la moglie di Cosentino secondo la Dda avrebbe detto a Vitale: “Gliel’hai data…la mazzetta che ti ho dato?”. 

Secondo l’accusa, rappresentata dai pm della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli, Fabrizio Vanorio e Alessandro D’Alessio, Esposito, grazie all’aiuto di alcuni agenti della Polizia Penitenziaria in servizio a Secondigliano, aveva fatto entrare in carcere cibo (dalla mozzarella al mitico roccobabà di Casale), alcolici (vino e grappa), abiti e finanche un iPod. Documentati, anche attraverso appositi filmati, gli incontri, ben 36, tra Esposito e Vitale, avvenuti nei pressi di un distributore di carburanti di Succivo; incontri che servivano, secondo l’accusa, per gli scambi di cose, documenti o messaggi da far recapitare in carcere a Cosentino.

Secondo l’impianto accusatorio, in cambio di soldi e dell’assunzione di familiari, l’agente avrebbe ricevuto oggetti e documenti da far entrare nel carcere e da recapitare a Cosentino. Tra essi, un IPod, trovato nel corso di una perquisizione nella cella dell’ex deputato, che poi venne trasferito nel carcere di Terni. Oltre all’IPod gli inquirenti sequestarono medicinali, documenti relativi ad un procedimento in corso al Tribunale del Riesame di Napoli sulla famiglia dell’ex politico, e pacchi contenenti mozzarella.

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